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Il libro del mese La concorrenza nella ricerca scientifica, di Francesco Magris
Di tutto questo si occupa Francesco Magris nel suo bel pamphlet
su "La concorrenza nella ricerca scientifica", pubblicato
recentemente per i tipi di Bompiani. Prima di entrare nel merito dei temi
trattati nel libro, pare opportuno sgombrare il campo da possibili ambiguità.
L'autore è figlio d'arte, suo padre è lo scrittore e illustre germanista
Claudio Magris, già professore ordinario dell'Ateneo taurinense. Francesco
Magris è oggi professore ordinario in discipline economiche presso l'Università
di Tours, in Francia, e ha svolto la sua intera carriera accademica all'estero,
al riparo dal sospetto di possibili interferenze familistiche. Questo fatto,
unitamente alla pacatezza delle sue argomentazioni, è sufficiente a conferire
forza e credibilità alla sua analisi dei meccanismi della ricerca in Italia e
altrove. L'autore prende le mosse dall'attualissimo dibattito sulle cause che
rendono inefficiente il nostro sistema di ricerca, in primis l'assenza di
meccanismi che inducano a premiare il merito, con la conseguente mancanza di
trasparenza dei concorsi accademici e dei sistemi di cooptazione del personale
della ricerca. E' opinione diffusa, osserva Magris, che solo la promozione di
meccanismi duramente competitivi tra ricercatori possa sanare questi mali
endemici del nostro sistema-ricerca. Il successo del mondo anglosassone in
campo scientifico ne sarebbe la riprova: lì regna una concorrenza a volte
spietata, la produttività scientifica viene misurata con indici e algoritmi di
apparente obiettività e le conseguenze sui salari dei ricercatori sono pesanti,
potendo spingersi fino alla sanzione estrema del licenziamento. Pur senza
negare l'ovvia necessità di correlazione tra salario e produttività, Magris
invita a non lasciarsi trarre in inganno da semplificazioni eccessive ed
individua due difficoltà associate a questo modo di gestire il personale della
ricerca: i) la ricerca è un'attività creativa e necessita di stabilità e di
pluralità; ii) la produzione scientifica non è assimilabile ad una merce
qualsiasi. I ricercatori infatti producono quelle "merci" particolari
che sono le idee, le quali non sono evidentemente riducibili né assimilabili ad
un qualsiasi altro bene economico. Una misura di produttività scientifica (uso questo
termine nel suo senso più ampio, includendo ogni tipo di ricerca) implica
dunque una misura di "creatività".....questione non banale e al limite
dell'impossibile. I meccanismi di valutazione anglosassoni - peraltro ormai
ampiamente introdotti anche da noi - sono fondati su misurazioni quantitative:
l'idea portante è che quanto più un autore pubblica, tanto più è produttivo e
dunque meritevole. Ma ciò induce a privilegiare la quantità sulla qualità, per
valutare la quale non esistono algoritmi possibili, con il risultato di un
aumento artificioso della pubblicistica scientifica. Paradossalmente ciò ha
l'effetto di disincentivare la creatività: quale ricercatore, costretto da un
meccanismo così punitivo, si assumerà il rischio di intraprendere ricerche
ambiziose, dagli esiti incerti o lontani nel tempo? Magris fa notare che - se
Kant o Darwin fossero stati sottoposti a questa logica - la "Critica della
ragion pura" o l'"Origine delle specie" non avrebbero mai visto
la luce.... E ogni ricercatore intellettualmente onesto sa che la ricerca, per
produrre risultati originali e realmente innovativi, necessita di tempi lunghi e
di una certa stabilità. Se il tempo di lavoro di un ricercatore è completamente
assorbito dallo sforzo di reperire fondi, quando mai egli potrà coltivare la
propria creatività mediante lo studio e la riflessione? La qualità della sua
produzione ne risulterà probabilmente pregiudicata. Ma questo non è l'unico
pericolo. Magris osserva che restringere la valutazione al mero esito
pubblicistico rischia di sottovalutare la portata innovativa di apporti scientifici
che magari, proprio per loro discontinuità rispetto al pensiero dominante, non
hanno trovato collocazione pubblicistica adeguata. La storia della scienza è disseminata
di casi in cui idee innovative hanno faticato a diffondersi e ad affermarsi
perché in contrasto con il paradigma dominante: il loro valore è emerso
soltanto negli anni. Sempre secondo Magris, nella pubblicistica scientifica il nesso
causale tra diffusione e qualità di un lavoro è talvolta invertito. Si legge a
p. 25: "Un buon articolo è considerato tale quando esce su una rivista
‘top’, la quale ha potere di apporre su un lavoro - anche intrinsecamente mediocre
- il marchio della qualità". Il problema non è secondario, poiché rischia
di tradursi in una perdita di contradditorio e di dibattito all'interno della
comunità scientifica e di favorire un processo di omologazione che ha poco a
che fare con il carattere intrinsecamente innovativo della ricerca. Per tornare
alla tesi iniziale sui benefici della competitività, il rischio è dunque che la
concorrenza delle "merci" annulli la concorrenza delle
"idee", snaturando così il significato stesso della ricerca. In
Italia è in corso un vivace dibattito sui meccanismi di valutazione della
ricerca e della produttività scientifica. Non si vuole qui negare l'esigenza di
una valutazione, ma occorre evitare che lo sforzo di eliminare abusi e sacche
di inattività si traduca in una ferita mortale ad un sistema che, per la natura
intrinsecamente creativa dei suoi prodotti, deve poter disporre di molti gradi
di libertà. E.G.
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