alam L'alambicco
N°4 - Anno II - Aprile 2012


Distillato di notizie su chimica e società
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Il libro del mese

    La concorrenza nella ricerca scientifica, di Francesco Magris

Qual'è lo stato della ricerca scientifica in italia? A giudicare dai tagli operati in questi ultimi anni sui finanziamenti pubblici alla ricerca, non pare esagerato affermare che è un malato in condizioni molto serie. Eppure i tagli non sono l'unico motivo di preoccupazione: il sistema-ricerca in Italia soffre di mali antichi, ma subisce anche i contraccolpi di nuovi modi di pensare l'attività di ricerca che - dietro una maschera di modernità - nascondono una profonda inconsapevolezza di cosa significhi realmente "fare ricerca".

Di tutto questo si occupa Francesco Magris nel suo bel pamphlet su "La concorrenza nella ricerca scientifica", pubblicato recentemente per i tipi di Bompiani. Prima di entrare nel merito dei temi trattati nel libro, pare opportuno sgombrare il campo da possibili ambiguità. L'autore è figlio d'arte, suo padre è lo scrittore e illustre germanista Claudio Magris, già professore ordinario dell'Ateneo taurinense. Francesco Magris è oggi professore ordinario in discipline economiche presso l'Università di Tours, in Francia, e ha svolto la sua intera carriera accademica all'estero, al riparo dal sospetto di possibili interferenze familistiche. Questo fatto, unitamente alla pacatezza delle sue argomentazioni, è sufficiente a conferire forza e credibilità alla sua analisi dei meccanismi della ricerca in Italia e altrove.

L'autore prende le mosse dall'attualissimo dibattito sulle cause che rendono inefficiente il nostro sistema di ricerca, in primis l'assenza di meccanismi che inducano a premiare il merito, con la conseguente mancanza di trasparenza dei concorsi accademici e dei sistemi di cooptazione del personale della ricerca. E' opinione diffusa, osserva Magris, che solo la promozione di meccanismi duramente competitivi tra ricercatori possa sanare questi mali endemici del nostro sistema-ricerca. Il successo del mondo anglosassone in campo scientifico ne sarebbe la riprova: lì regna una concorrenza a volte spietata, la produttività scientifica viene misurata con indici e algoritmi di apparente obiettività e le conseguenze sui salari dei ricercatori sono pesanti, potendo spingersi fino alla sanzione estrema del licenziamento.

Pur senza negare l'ovvia necessità di correlazione tra salario e produttività, Magris invita a non lasciarsi trarre in inganno da semplificazioni eccessive ed individua due difficoltà associate a questo modo di gestire il personale della ricerca: i) la ricerca è un'attività creativa e necessita di stabilità e di pluralità; ii) la produzione scientifica non è assimilabile ad una merce qualsiasi. I ricercatori infatti producono quelle "merci" particolari che sono le idee, le quali non sono evidentemente riducibili né assimilabili ad un qualsiasi altro bene economico. Una misura di produttività scientifica (uso questo termine nel suo senso più ampio, includendo ogni tipo di ricerca) implica dunque una misura di "creatività".....questione non banale e al limite dell'impossibile.

I meccanismi di valutazione anglosassoni - peraltro ormai ampiamente introdotti anche da noi - sono fondati su misurazioni quantitative: l'idea portante è che quanto più un autore pubblica, tanto più è produttivo e dunque meritevole. Ma ciò induce a privilegiare la quantità sulla qualità, per valutare la quale non esistono algoritmi possibili, con il risultato di un aumento artificioso della pubblicistica scientifica. Paradossalmente ciò ha l'effetto di disincentivare la creatività: quale ricercatore, costretto da un meccanismo così punitivo, si assumerà il rischio di intraprendere ricerche ambiziose, dagli esiti incerti o lontani nel tempo? Magris fa notare che - se Kant o Darwin fossero stati sottoposti a questa logica - la "Critica della ragion pura" o l'"Origine delle specie" non avrebbero mai visto la luce.... E ogni ricercatore intellettualmente onesto sa che la ricerca, per produrre risultati originali e realmente innovativi, necessita di tempi lunghi e di una certa stabilità.

Se il tempo di lavoro di un ricercatore è completamente assorbito dallo sforzo di reperire fondi, quando mai egli potrà coltivare la propria creatività mediante lo studio e la riflessione? La qualità della sua produzione ne risulterà probabilmente pregiudicata. Ma questo non è l'unico pericolo. Magris osserva che restringere la valutazione al mero esito pubblicistico rischia di sottovalutare la portata innovativa di apporti scientifici che magari, proprio per loro discontinuità rispetto al pensiero dominante, non hanno trovato collocazione pubblicistica adeguata. La storia della scienza è disseminata di casi in cui idee innovative hanno faticato a diffondersi e ad affermarsi perché in contrasto con il paradigma dominante: il loro valore è emerso soltanto negli anni.

Sempre secondo Magris, nella pubblicistica scientifica il nesso causale tra diffusione e qualità di un lavoro è talvolta invertito. Si legge a p. 25: "Un buon articolo è considerato tale quando esce su una rivista ‘top’, la quale ha potere di apporre su un lavoro - anche intrinsecamente mediocre - il marchio della qualità". Il problema non è secondario, poiché rischia di tradursi in una perdita di contradditorio e di dibattito all'interno della comunità scientifica e di favorire un processo di omologazione che ha poco a che fare con il carattere intrinsecamente innovativo della ricerca. Per tornare alla tesi iniziale sui benefici della competitività, il rischio è dunque che la concorrenza delle "merci" annulli la concorrenza delle "idee", snaturando così il significato stesso della ricerca.

In Italia è in corso un vivace dibattito sui meccanismi di valutazione della ricerca e della produttività scientifica. Non si vuole qui negare l'esigenza di una valutazione, ma occorre evitare che lo sforzo di eliminare abusi e sacche di inattività si traduca in una ferita mortale ad un sistema che, per la natura intrinsecamente creativa dei suoi prodotti, deve poter disporre di molti gradi di libertà.

E.G.

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