alam       L'alambicco n°8 - Dicembre 2011       alam
Distillato di notizie su chimica e società 

Chimici e politica nell’età rivoluzionaria
Artefici, vittime e simpatizzanti della Rivoluzione francese

C’è voluto un istante per far cadere quella testa, e forse cento anni non basteranno per produrne una simile”. Le parole di Lagrange a commento dell’esecuzione di Lavoisier, ucciso l’8 maggio 1794, riassumevano il disorientamento e l’orrore che attanagliavano gli scienziati parigini. Un mese prima il segretario dell’Académie des Sciences, Condorcet, si era suicidato per sfuggire ai suoi aguzzini e il 12 novembre 1793 la lama della ghigliottina era scesa sul collo dell’astronomo Bailly. Nessuno dei tre era stato colpito perché scienziato, ma certo la loro condizione non li aveva protetti dal furore rivoluzionario. La scienza e gli scienziati erano sotto accusa, alla Convenzione e nel tribunale dell’opinione pubblica, per il loro coinvolgimento nella monarchia assoluta [1].

Qualche anno prima Vittorio Alfieri, con il "Del principe e delle lettere", aveva svelato la reale natura di un sapere scientifico cui era indispensabile per progredire l’oro del principe. Al contrario, il letterato poteva, se voleva, sottrarsi al meschino servaggio ed educare il popolo, predicare la virtù, combattere le ingiustizie [2]. Il giudizio emesso dal trageda, che conosceva bene la vicenda dei suoi amici piemontesi – il Saluzzo, il Morozzo – quei militari e studiosi di chimica che avevano dato vita alla Società privata divenuta nel 1783 Reale Accademia delle Scienze di Torino, se valeva per il passato, valeva ancora di più per il futuro, poiché la rivoluzione chimica lavoisieriana aveva comportato la necessità di grandi laboratori e nuovi strumenti. Nel fatidico 1789, la pubblicazione del "Traité élémentaire de chimie", che aveva mandato in soffitta il flogisto, aveva anche indicato la fine, quantomeno nella scienza ufficiale, di quelle figure di dilettanti che coltivavano la chimica in laboratori improvvisati [3].

D’altra parte, il potere avrebbe avuto sempre più bisogno dei chimici e in cambio avrebbe messo a loro disposizione mezzi prima impensabili: il coinvolgimento di numerosi scienziati nella difesa della Repubblica francese nel 1794 ne costituisce il primo esempio al mondo. Nell’agosto 1793, quando fu decisa la leva di massa, gli arsenali repubblicani erano vuoti e il Comitato di salute pubblica si servì degli scienziati per riorganizzare la produzione di polvere da sparo, cuoio, armi bianche, fucili e cannoni. Nella Commissione di armi e polveri lavorarono i chimici Guyton de Morveau, Fourcroy, Berthollet, d’Arcet, Pelletier, Chaptal e Adet. Fu un successo tecnico-militare, preludio a un coinvolgimento ancora più ampio di scienziati e ingegneri nella ricostruzione delle strutture viarie e nella spedizione in Egitto.

Se il teorico di questa peculiare mobilitazione fu Fourcroy, collaboratore di Lavoisier ma anche uno dei pochi accademici a non firmare il disperato appello per la clemenza verso il padre della nuova chimica, altri scienziati assunsero responsabilità dirette: il matematico Monge fu ministro della Marina nel governo Danton e in seguito divenne una sorta di commissario politico dei tecnici addetti alla produzione bellica, mentre Hassenfratz – che era stato tra i promotori dell’assalto alle Tuileries e aveva capeggiato la rivolta popolare contro i girondini – e Berthollet furono incaricati di varie missioni [4].

Nella penisola italiana coinvolta nella bufera rivoluzionaria, lo scontro con le armate rivoluzionarie colse probabilmente l’esercito sabaudo alle prese con gli esiti del travagliato processo di ammodernamento e trasformazione voluto da Vittorio Amedeo III su suggerimento dei militari-tecnocrati riuniti nell’Accademia delle Scienze. Tale riforma, se da un lato aveva fatto leva sulle competenze scientifiche, dall’altro aveva messo in discussione delicati equilibri sociali e politici [5]. I soldati-scienziati al servizio della monarchia sabauda furono travolti insieme alle strutture dell’antico regime e il progetto di una riforma della monarchia assoluta ispirato ai valori dell’illuminismo scientifico tramontò definitivamente, ma l’età rivoluzionaria consegnò agli italiani molti esempi di impegno politico da parte degli scienziati. Tra gli altri, i due maggiori esponenti della rivoluzione chimica in Italia, il piemontese Giobert e il veneziano Dandolo, che erano in stretto contatto con i colleghi d’oltralpe, assunsero incarichi di notevole rilievo durante la fase repubblicana, tanto che il primo finì in carcere all’arrivo degli austro- russi nel 1799 e il secondo sfuggì a una sorte analoga o peggiore emigrando in Francia [6]. Dopo Marengo, mentre nell’Italia riconquistata da Napoleone gli spazi di azione politica si andavano chiudendo definitivamente, Giobert e Dandolo, l’uno liberato, l’altro rientrato in Italia e stabilitosi in Lombardia, si impegnarono sempre più nell’applicazione alle manifatture e all’agricoltura delle conoscenze derivanti dalla nuova chimica.

Silvano Montaldo

Bibliografia:

[1] Cfr. N. e J. Dhombres, Naissance d’un nouveau pouvoir: sciences et savants en France 1793-1824, Paris, Payot, 1989, pp. 11-34.

[2] Cfr. V. Ferrone, L’età dei Lumi, in Id. e P. Rossi, Lo scienziato nell’età moderna, Roma-Bari, Laterza, 1994, p. 106.

[3] Cfr. F. Abbri, La nascita di una scienza: luoghi e modelli della chimica nel primo Ottocento, in Il fisico sublime. Amedeo Avogadro e la cultura scientifica del primo Ottocento, a cura di M. Ciardi, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 98-99.

[4] Cfr. Dhombres, Naissance d’un nouveau pouvoir, cit., pp. 41-64.

[5] Cfr. Ferrone, La Nuova Atlantide, cit., pp. 183-184.

[6] Cfr. F. Abbri, Giobert, Giovanni Antonio, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, vol. 32, 1986, pp. 92-94; P. Preto, Dandolo, Vincenzo, ivi, vol. 55, 2000, pp. 511-516


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