Sin dall’ antichità, le donne (ma spesso anche gli uomini)
hanno cercato di migliorare o modificare il proprio aspetto esteriore secondo un
punto di vista legato puramente alle mode. I primi ritrovamenti in merito
risalgono all’età del bronzo: venivano utilizzati pigmenti per scurire il contorno
occhi costituiti da una polvere a base di galena (solfuro di piombo, dal colore grigio) e malachite (carbonato di rame, dal colore verde intenso). Tuttavia
le tracce più massicce dell’impiego di cosmetici per truccare il viso, come
dimostrano le numerose testimonianze pittoriche pervenuteci, appartengono agli
egizi, che mescolavano questi elementi di base con acqua, resine e grassi e poi
li applicavano sugli occhi con l’aiuto di bastoncini di legno.
Ancora oggi,
nelle ciprie, creme e matite per occhi vengono usati come coloranti dei
pigmenti naturali, le cosiddette terre (silicati di alluminio) la cui
colorazione deriva dalla presenza di altri composti metallici (ossidi di ferro
e di manganese). Tra questi figurano la terra di Siena (marrone), ed il giallo ocra.
La gamma di colorazioni che possono essere ottenute con i pigmenti naturali è
molto ampia; molti, tuttavia, non possono essere usati nei prodotti cosmetici
per la loro tossicità. Malgrado l’opinione comune, infatti, “naturale” non
sempre è sinonimo di “sano”; la galena, ad esempio, utilizzata anche attualmente,
soprattutto in Asia, per la preparazione delle matite per occhi, è ritenuta
responsabile dell’aumento dei livelli di piombo nel sangue, con conseguente
intossicazione, causa di iperpigmentazione perioculare.
Altri pigmenti di
derivazione naturale sono ancora in uso in cosmetica: la tinta cremisi che si
trova in certi fard e rossetti è ottenuta dalla cocciniglia (Coccus cacti), un
insetto che vive su varie specie di cactus (essenzialmente sulla pianta Nopalea
coccinillifera) nel Messico e nell'America centro-meridionale. L’acido
carminico, responsabile del colore rosso “carminio”, è estratto dal corpo
essiccato e schiacciato degli esemplari femmine. Questa pratica fu scoperta
dalle prime popolazioni del Messico, e, attualmente il Perù produce circa l'85
per cento delle scorte mondiali di cocciniglia nel mondo.
Un altro pigmento
rosso, non di origine animale ma vegetale, è la brasilina, estratta dal
pernambuco, un albero originario del Brasile. Per precipitazione di questo
colorante con idrossido di alluminio si ottiene la “lacca fiorentina”, un tempo
usata per la preparazione di ciprie, rossetti e altri cosmetici da trucco.
Uno
tra i più noti pigmenti naturali utilizzati in ambito cosmetico è sicuramente
l’henné, estratto dalle foglie della Lawsonia inermis, una pianta originaria delle
regioni calde subtropicali e degli altipiani dell'Africa centro-orientale.
Il
nome botanico deriva dal medico inglese John Lawson che la descrisse in un libro
pubblicato a Londra nel 1709, mentre il termine inermis si riferisce al fatto
che spesso la pianta è priva di spine. Il suo uso è molto antico: addirittura
nelle tombe dei faraoni egizi sono state ritrovate polveri di henné e mummie
con le unghie colorate. Il componente responsabile della colorazione rossa-arancione
è chiamato lawsone, noto anche con il nome di acido hennotannico (si tratta del
2-idrossi-1,4- naftochinone). Oltre ad essere comunemente utilizzata come
tintura naturale per capelli, l’henné è impiegata anche, soprattutto nei paesi
d’origine, per decorare mani e piedi con disegni rituali e propiziatori, e come
tonico per la pelle grazie alle sue proprietà astringenti e antisettiche.
Un
discorso a parte, nella storia dei tentativi volti a migliorare il proprio
aspetto, merita la belladonna (Atropa belladonna), una pianta erbacea perenne indigena
del centro e del sud Europa, che produce abbondanti frutti di un nero
brillante. Il nome belladonna si riferisce alla pratica delle antiche cortigiane
di applicare nei propri occhi il succo del frutto di questa pianta, ottenendo
pupille ampiamente dilatate ed uno sguardo ammaliante, anche se bisognava
sopportare una visione annebbiata a causa dell’impossibilità di mettere a fuoco (ma, come dicevano le nostre nonne, “chi bella vuole apparire, un po’ deve
soffrire”…!).
Il nome completo di questa pianta, però, dovrebbe mettere in
allarme gli utilizzatori: Atropos, nella mitologia greca, è la Parca che taglia
il filo della vita. Tutte le sue parti contengono infatti la (-)-iosciamina, un
alcaloide altamente tossico che viene assorbito anche attraverso la pelle e
causa avvelenamento negli animali e nell’uomo. Tuttavia, a basse dosi e sotto
controllo medico, la iosciamina trova anche utili applicazioni terapeutiche,
per sedare, ad esempio, dolori gastrointestinali. Grazie all’azione midriatica,
nota sin dall’antichità, l'atropina (forma racemica della iosciamina) viene
tuttora utilizzata in oculistica per facilitare la dilatazione delle pupille.
Questo
esempio dimostra come anche le sostanze naturali, indipendentemente dalle loro
molteplici applicazioni, debbano essere utilizzate con consapevolezza. La
stessa sostanza, infatti, somministrata a diverse quantità e in diversi modi,
può risultare tossica, innocua o addirittura terapeutica per l’organismo umano.