alam L'alambicco
N°1 - Anno II - Gennaio 2012


Distillato di notizie su chimica e società
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Una bellezza ‘naturale’
Animali, piante e minerali al servizio della cosmesi 

Sin dall’ antichità, le donne (ma spesso anche gli uomini) hanno cercato di migliorare o modificare il proprio aspetto esteriore secondo un punto di vista legato puramente alle mode. I primi ritrovamenti in merito risalgono all’età del bronzo: venivano utilizzati pigmenti per scurire il contorno occhi costituiti da una polvere a base di galena (solfuro di piombo, dal colore grigio) e malachite (carbonato di rame, dal colore verde intenso). Tuttavia le tracce più massicce dell’impiego di cosmetici per truccare il viso, come dimostrano le numerose testimonianze pittoriche pervenuteci, appartengono agli egizi, che mescolavano questi elementi di base con acqua, resine e grassi e poi li applicavano sugli occhi con l’aiuto di bastoncini di legno.

Ancora oggi, nelle ciprie, creme e matite per occhi vengono usati come coloranti dei pigmenti naturali, le cosiddette terre (silicati di alluminio) la cui colorazione deriva dalla presenza di altri composti metallici (ossidi di ferro e di manganese). Tra questi figurano la terra di Siena (marrone), ed il giallo ocra. La gamma di colorazioni che possono essere ottenute con i pigmenti naturali è molto ampia; molti, tuttavia, non possono essere usati nei prodotti cosmetici per la loro tossicità. Malgrado l’opinione comune, infatti, “naturale” non sempre è sinonimo di “sano”; la galena, ad esempio, utilizzata anche attualmente, soprattutto in Asia, per la preparazione delle matite per occhi, è ritenuta responsabile dell’aumento dei livelli di piombo nel sangue, con conseguente intossicazione, causa di iperpigmentazione perioculare.

Altri pigmenti di derivazione naturale sono ancora in uso in cosmetica: la tinta cremisi che si trova in certi fard e rossetti è ottenuta dalla cocciniglia (Coccus cacti), un insetto che vive su varie specie di cactus (essenzialmente sulla pianta Nopalea coccinillifera) nel Messico e nell'America centro-meridionale. L’acido carminico, responsabile del colore rosso “carminio”, è estratto dal corpo essiccato e schiacciato degli esemplari femmine. Questa pratica fu scoperta dalle prime popolazioni del Messico, e, attualmente il Perù produce circa l'85 per cento delle scorte mondiali di cocciniglia nel mondo.

Un altro pigmento rosso, non di origine animale ma vegetale, è la brasilina, estratta dal pernambuco, un albero originario del Brasile. Per precipitazione di questo colorante con idrossido di alluminio si ottiene la “lacca fiorentina”, un tempo usata per la preparazione di ciprie, rossetti e altri cosmetici da trucco.

Uno tra i più noti pigmenti naturali utilizzati in ambito cosmetico è sicuramente l’henné, estratto dalle foglie della Lawsonia inermis, una pianta originaria delle regioni calde subtropicali e degli altipiani dell'Africa centro-orientale. Il nome botanico deriva dal medico inglese John Lawson che la descrisse in un libro pubblicato a Londra nel 1709, mentre il termine inermis si riferisce al fatto che spesso la pianta è priva di spine. Il suo uso è molto antico: addirittura nelle tombe dei faraoni egizi sono state ritrovate polveri di henné e mummie con le unghie colorate. Il componente responsabile della colorazione rossa-arancione è chiamato lawsone, noto anche con il nome di acido hennotannico (si tratta del 2-idrossi-1,4- naftochinone). Oltre ad essere comunemente utilizzata come tintura naturale per capelli, l’henné è impiegata anche, soprattutto nei paesi d’origine, per decorare mani e piedi con disegni rituali e propiziatori, e come tonico per la pelle grazie alle sue proprietà astringenti e antisettiche.

Un discorso a parte, nella storia dei tentativi volti a migliorare il proprio aspetto, merita la belladonna (Atropa belladonna), una pianta erbacea perenne indigena del centro e del sud Europa, che produce abbondanti frutti di un nero brillante. Il nome belladonna si riferisce alla pratica delle antiche cortigiane di applicare nei propri occhi il succo del frutto di questa pianta, ottenendo pupille ampiamente dilatate ed uno sguardo ammaliante, anche se bisognava sopportare una visione annebbiata a causa dell’impossibilità di mettere a fuoco (ma, come dicevano le nostre nonne, “chi bella vuole apparire, un po’ deve soffrire”…!). Il nome completo di questa pianta, però, dovrebbe mettere in allarme gli utilizzatori: Atropos, nella mitologia greca, è la Parca che taglia il filo della vita. Tutte le sue parti contengono infatti la (-)-iosciamina, un alcaloide altamente tossico che viene assorbito anche attraverso la pelle e causa avvelenamento negli animali e nell’uomo. Tuttavia, a basse dosi e sotto controllo medico, la iosciamina trova anche utili applicazioni terapeutiche, per sedare, ad esempio, dolori gastrointestinali. Grazie all’azione midriatica, nota sin dall’antichità, l'atropina (forma racemica della iosciamina) viene tuttora utilizzata in oculistica per facilitare la dilatazione delle pupille.

Questo esempio dimostra come anche le sostanze naturali, indipendentemente dalle loro molteplici applicazioni, debbano essere utilizzate con consapevolezza. La stessa sostanza, infatti, somministrata a diverse quantità e in diversi modi, può risultare tossica, innocua o addirittura terapeutica per l’organismo umano.

Silvia Tabasso

Bibliografia:

Dewick, P.  Chimica, Biosintesi e bioattività delle sostanze naturali, Piccin Nuova Libraria S.p.A., Padova, 2001 

Vollmer, G.; Franz, M. La chimica di tutti i giorni, Nicola Zanichelli Editore S.p.A., Bologna, 1990

El Safoury, O.S.; Abd El Fatah, D.S.; Magdy, I. Indian Journal of Dermatology, 2009,  54, 361-363


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