alam L'alambicco
N°1 - Anno II - Gennaio 2012


Distillato di notizie su chimica e società
alam

Mille modi per farsi belli
Appunti di storia della cosmetica 

L'arte di farsi belli risale a prima che gli esseri umani si sentissero diversi dagli altri animali. Il corteggiamento, la difesa e l'aggressione impongono a molte specie di mutare il proprio aspetto per quanto è loro possibile. Il pavone è un caso esemplare, per il suo trionfale esibizionismo e per il suo misero destino come simbolo cristiano. Le penne della coda di questo animale cadono in autunno e rinascono in primavera e immagini di pavoni si trovano nelle catacombe ad evocare la resurrezione e la vita eterna. Ma già nel medio evo il valore del pavone come simbolo virò verso il negativo, diventando immagine della superbia, arrogante e vana. Le vicende storiche delle pratiche cosmetiche hanno seguito spesso un percorso simile, con cambiamenti netti, dall'accettazione al rifiuto – e viceversa.

Iniziamo il racconto dall'epoca di Dante. Allora i manuali di bellezza suggerivano alle donne di avere un viso candido e liscio (con biacca, limone, aceto e chiara d’uovo), i capelli biondi (con tinture e lozioni a base di vegetali e minerali), le labbra rosse (ad es. con zafferano) e denti bianchi (con la salvia). Un modello di bellezza nordico, che in un certo senso si era imposto manu militari quando i popoli del nord avevano sottomesso i popoli mediterranei, più bruni di pelle e scuri di capelli. L'uso come cosmetico della biacca, un carbonato basico di piombo assai tossico, risaliva a tempi remoti e rimase in voga ancora per parecchi secoli, malgrado gli effetti nefasti. Per tutto il medio evo un volto truccato fu ritenuto sconveniente, se non addirittura riservato alle prostitute. Allora e per molti secoli a venire la condanna della chiesa e dei benpensanti ottenne risultati incerti, perché chi se lo poteva permettere continuò a pasticciare su volto, capelli e mani per rendere più attraente la parte visibile del corpo.

Nel Rinascimento italiano l'arte di truccarsi si propagò a dismisura e divenne una pratica comune a tutti, donne e uomini. Le dame veneziane si sottoponevano ad una serie di operazioni che donavano ai loro capelli un bel colore cangiante, noto come biondo veneziano. Un cugino di Tiziano, Cesare Vecellio, descrisse come ottenere una bella tinta chiara dei capelli: si mescolavano 2 libbre di allume, 6 once di zolfo nero e 4 once di miele distillato con acqua; dopo aver sciacquato i capelli con questa preparazione era necessario sedersi al sole per sfruttare l'azione sbiancante della luce.

In Inghilterra, durante il regno di Elisabetta I, durato dal 1558 al 1603, fu la regina stessa a dettare i canoni estetici più alla moda. Elisabetta impersonò per decenni il mito della Regina Vergine coprendosi il volto con uno strato sempre più spesso di polvere a base di carbonato di piombo, un look che divenne noto come "la Maschera della Gioventù". Qualche dama osava aggiungere un tocco di ocra rossa sulle guance, ma in ogni caso il maquillage era 'fissato' con una sottile glassa di bianco d'uovo. Si diffuse anche l'idea che le sopracciglia rasate dessero un'aria più intelligente al viso femminile, ed Elisabetta esibiva una fronte altissima, ottenuta strappando un buon numero di capelli e sottolineata dal disegno di vene sulle tempie.

Se la ricerca della bellezza ha finalità varie, non ultima quella dell'attrazione sessuale, anche l'avere un buon odore fa parte dello stesso ordine di pratiche: essere ben accetti socialmente. Uno dei profumi più noti risale all'inizio del Settecento, quando fu messa a punto la formulazione di una Aqua mirabilis da parte di un italiano, Giovanni Feminis, che aveva un negozio di 'franceserie' a Colonia. Inizialmente commerciata come rimedio farmaceutico contro tutti i mali divenne veramente popolare come Acqua di Colonia, il profumo commercializzato ancora oggi. Si tratta di una soluzione di oli essenziali in alcool diluito. Le essenze sono molto numerose da 25 a 30, anche se primeggia il bergamotto.

Probabilmente l'epoca più interessante nella storia moderna della cosmetica è l'Ottocento inglese. Dopo la sconfitta di Napoleone il 'bel mondo' del re Giorgio IV non ebbe più remore, lusso e stravaganze furono i segni del suo regno. Le dame si adeguarono di buon grado con vestiti molto aperti su una ridotta biancheria intima e con un uso appassionato di cosmetici – qualcuna si dipingeva anche i capezzoli. La passione per i cosmetici si attenuò sotto il breve regno di Guglielmo IV, per poi essere ritenuta riprovevole e riservata alle prostitute quando Vittoria prese in mano le redini del Regno (e poi dell'Impero). Il tentativo di imporre alle donne un volto 'acqua e sapone' ebbe almeno il vantaggio di orientare la cosmetica verso l'uso di prodotti meno tossici e più in grado di donare un'apparenza 'naturale' al volto femminile. Quasi per compensazione gli uomini si acconciavano i peli del volto nei modi più svariati.

In un'epoca vicina a noi vi è stata un'interazione molto interessante fra gli sviluppi della tecnica cinematografica e il trucco femminile. Le attrici dei film in bianco e nero usavano l'usuale cerone (una mistura di grassi e pigmenti) per nascondere i piccoli difetti della pelle, ma sotto le forti luci delle riprese in technicolor la superficie del cerone rifletteva i colori dell'ambiente circostante, con l'effetto poco esilarante che i volti apparivano rossi, verdi o grigi a seconda di cosa fosse loro vicino sul set. La soluzione fu trovata dalla Max Factor che dopo due anni di ricerche fu in grado di fornire all'industria cinematografica la prima 'cipria compatta', messa in commercio con il nome di Pan-Cake make-up. Le scatoline rotonde del nuovo trucco contenevano una polvere fine, resa compatta per pressione e costituita da particelle di pigmenti (ad es. ossido ferrico) ricoperte da oli e cere che le rendevano idrorepellenti.

Il secolo d'oro della cosmetica è stato il Novecento con lo sviluppo impetuoso di nuovi prodotti e di una imponente industria, in grado di imporre essa stessa le nuove mode. Però vi sono ancora mode indipendenti dal potere economico. I tatuaggi, riservati fino a pochi anni fa a marinai, militari e delinquenti, si possono ora fare in negozietti che si trovano ad ogni angolo. Il segno di una vita avventurosa si è trasformato in un sex-appeal sempre più banale. Tempi duri per gli esibizionisti, dato che rimane ben poco che possa ancora stupire.

L. C.

Coco, il duca e la soubrette. Perché ci piace la tintarella

Nella storia delle civiltà d'Occidente fin quasi ai nostri giorni la pelle bianca o bianchissima indicava un alto lignaggio, o almeno una buona condizione sociale. Secondo gli storici del costume il mutamento di gusto risale alla Francia fra le due guerre, quando due donne cambiarono il comportamento di intere generazioni.

Negli anni 1920 Coco Chanel era al centro delle attenzioni del 'bel mondo'. Amava appassionatamene un Duca inglese, un ricchissimo perdigiorno di famiglia reale che l'aveva regolarmente chiesta in sposa – ottenendone un rifiuto. Nel 1923 Coco sbarcò a Cannes dallo yacht del Duca con una abbronzatura – forse accidentale – che suscitò una certo scalpore e scatenò l'imitazione nell'ampia corona di ammiratori.
La seconda donna che cambiò lo status sociale dell'abbronzatura fu una giovane americana che a Parigi scelse il nome d'arte di Josephine Baker. Il suo esordio sui palcoscenici parigini nel 1925 fu un clamoroso successo, in parte dovuto al fatto che ballava praticamente nuda. La sua 'abbronzatura' di creola si impose come termine di paragone in fatto di bellezza femminile, portando a termine la svolta iniziata da Coco.

Ma non possiamo lasciare il ricordo di Coco e Josephine come solo come 'donne alla moda'. Chanel fondò un'importante casa di moda, da cui lanciò il profumo più famoso al mondo: lo Chanel n. 5. Josephine durante la guerra partecipò attivamente alla Resistenza, meritandosi la Croix de guerre e la nomina a Cavaliere della Legion d'onore da parte di de Gaulle.


Etica e cosmetica

Di solito sono gli animalisti che collegano la cosmetica – come industria – all'etica, per cercare di impedire esperimenti atroci sugli animali. Ma ci si può riferire agli esseri umani e chiedersi se la cosmetica – come pratica sociale – ponga o meno dei problemi etici. Nel 1770 il Parlamento inglese approvò una legge che minacciava gravi punizioni e annullamento del matrimonio per tutte le donne che avessero irretito il futuro sposo con un qualche artificio, cosmetico o di abbigliamento. L'estensione dell'inganno previsto dai rappresentanti (maschi) del popolo inglese era indubbiamente eccessiva, ma il problema esisteva ed esiste.

Nella situazione attuale ci si può chiedere se le modifiche chirurgiche del corpo possano costituire un inganno. Chi scrive pensa di no, tuttavia il fatto che labbra e zigomi, seni e natiche si modellino a piacere, pone immediatamente la questione del 'modello'. Abbiamo visto il volto di attrici, attricette e amanti varie assumere connotati comuni a tutte queste 'bellezze'. È indubbiamente in corso una sorta di omologazione corporale, di aspirazione collettiva ad un corpo-volto modello, che molti soldi e qualche chirurgia rendono accessibile. Questa perdita di identità è certamente una questione etica. Se poi vogliamo trovare un vero inganno, possiamo riferirci alla ricostruzione chirurgica dell'imene, con la conseguente riconquista della verginità. È un intervento semplice, di natura ambulatoriale e non carissimo. Il rifarsi la verginità a basso costo è proprio una metafora del potere nella nostra società della comunicazione.


Gli articoli de L'Alambicco  sono concessi sotto Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 2.5 Italia,
la riproduzione e distribuzione è consentita previa citazione dell'autore e della collocazione originaria


Home page                                              Torna all'Indice di questo numero