alam       L'alambicco n°5 - Maggio 2011       alam
Distillato di notizie su chimica e società 

Il legame profondo con Primo Levi.
Chimico per vocazione e per scelta 

Il legame profondo con l’opera e la figura di Primo Levi, così diffuso fra i cultori di scienza, trova forse fra le sue ragioni più sentite la capacità dello scrittore torinese di esprimere in forma pacata e coinvolgente l’amore per il proprio lavoro di chimico, e anche di far risaltare con chiarezza le dimensioni più generalmente umane dell’approccio alla realtà e alla vita che ne è il presupposto; un approccio tutt’altro che arido e settoriale o, come vorrebbero molti, confinato nell’ambito della mera utilità. E’ come se attraverso le proprie parole sapesse suscitare in ciascuno, con sorprendente naturalezza, una forma di istintiva identificazione, resa tanto più forte dal suo essere (in quanto chimico di laboratorio presso una fabbrica di vernici) uno come tanti e dunque una persona vicina e accessibile, ma anche, in seguito al periglioso viaggio condotto nell’inferno di Auschwitz, un uomo dotato di eccezionali capacità di vedere e di raccontare, cui affidarsi con ammirata fiducia.

Se si guarda però con maggiore attenzione ai contenuti ricorrenti che, nell’opera di Levi, danno sostanza e solidità a quel legame, il discorso si apre in almeno tre direzioni differenti, che attraversano con larghezza di riferimenti tutti i suoi scritti, ben oltre i suoi testi più noti quali Se questo è un uomo o Il sistema periodico. Al primo posto risalta l’interesse persistente, direi anzi insistito, per la materia, offerta al nostro sguardo nelle sue concretissime e multiformi manifestazioni come luogo di perenne rigenerazione della vita, ma che Levi ci presenta anche come potenza informe, passiva, nemica, destinata a sovrastare i fragili tentativi di combatterne il prepotere; in ogni caso, la materia è in grado di muovere a meraviglia chiunque, e non solo lo scienziato più esercitato.

Altrettanto saldo e altrettanto stretto è il rapporto che con la materia l’uomo cerca di instaurare, grazie alle proprie capacità sensoriali e provando ad agire su di essa, per darle piena visibilità e cercarvi un ordine: così fa il chimico che tormentandola prova a svelarla, comprenderla e trasmutarla. Presupposto della possibilità di conoscere è la fiducia nelle capacità dell’intelligenza, intesa non solo come funzione astratta affidata al cervello, ma come impegno più complessivo che comincia dalle mani, laddove il rigore del ragionamento deve sapersi accompagnare con il contatto diretto e la pratica dell’esperimento.

Con tutto questo, non bisogna trascurare un terzo aspetto-chiave, tale da attribuire alla scrittura di Primo Levi un tratto inconfondibile e assai caro ai suoi lettori: la peculiare dimensione etica, mai destinata a tradursi in richiami moralistici ma portata ogni volta (potendo contare fra l’altro sui registri dell’ironia e della comicità) a preferire l’interrogativo aperto e inquietante più che la conclusione consolatoria o rassicurante. Di quell’afflato etico l’abisso di Auschwitz rappresenta lo specchio negativo, per come esso si manifesta là dove è l’oggetto specifico del racconto, ma anche nei passaggi dove la presenza del Lager si intravvede appena.

Dicevo della naturalezza con cui al lettore dotato di un retroterra scientifico può accadere di sentire come propri quei contenuti, immedesimandosi nel punto di vista dello scrittore. Conta per questo senza dubbio la qualità dello stile, ma forse, prima ancora, la percezione immediata del forte investimento personale dell’autore che ogni suo testo lascia trasparire. È l’investimento di chi, nella deportazione, ha potuto misurare fino all’estremo limite il valore della vita e ha fatto il possibile per trasferire quella consapevolezza nell’esperienza di tutti i giorni; dello scrittore, attratto lui per primo dalle molteplici potenzialità della parola, tanto da voler tentare percorsi narrativi anche molto diversi ben oltre il registro iniziale della testimonianza; e ancora, è l’investimento del chimico per vocazione e per scelta, affezionato alla propria formazione e al proprio lavoro tanto da poterne parlare dal di dentro come di esperienze vissute per anni e anni in prima persona.

C’è dunque tutto questo nell’opera di Levi, e già paiono più che giustificati l’interesse e l’affezione di chi conosce anche solo superficialmente la sua figura. Ma serve fare un passo avanti ulteriore per scoprire e apprezzare – ancor prima che altrove nei suoi racconti d’invenzione, meno letti e meno conosciuti soprattutto da chi ha incontrato quasi soltanto Se questo è un uomo sui banchi di scuola – le prove di una immaginazione originale e sorprendente. In quei testi l’invenzione letteraria e la fantasia scientifica convergono a spezzare linee di demarcazione comunemente considerate come invalicabili: fra la materia e la vita, fra il presente e il futuro, fra il bene e il male, fra discipline scientifiche diverse, fra la vita e la morte, fra il gioco e le cose serie, fra il mondo reale e quello possibile, fra la condizione degli uomini e il soprannaturale, e altro ancora. I personaggi che danno vita a quei percorsi trasversali, di cui gli animali veri o fantastici sono una vasta componente, aiutano a ricomporre, entro prospettive fuori da ogni possibile classificazione, contraddizioni altrimenti insanabili, o servono a trasformare in aspettative realistiche desideri impossibili.

E’ come se grazie alla trama di quelle sue storie prendesse forma un territorio inedito, composto di fatti reali e di creazioni fantastiche, di numeri e di sentimenti, di strade battute e di prospettive senza limiti: un territorio percorrendo il quale non serve qualificarsi a priori come esperti di scienza o cultori di letteratura, perché le logiche si intersecano, i linguaggi si fondono e se ne producono di nuovi, le macchine sembrano a volte umanizzarsi e gli uomini perdono non di rado la propria anima. Per chi è abituato a pensare la cultura come un melone spaccato, gli scienziati da una parte e gli umanisti dall’altra, può non essere facile orientarsi: qualcuno potrà magari limitarsi ad apprezzare eventuali intuizioni anticipatrici di future scoperte scientifiche, mentre altri si stupiranno di quanto la scienza possa offrire alla letteratura.

Chi invece – concediamoci anche noi un piccolo slancio di fantasia – meno segnato da giudizi precostituiti per età meno matura o per maggiore apertura mentale, volesse eleggere quel territorio composito come proprio luogo originario di riferimento e di lì partire, potrebbe forse sviluppare il proprio sguardo sul mondo in una prospettiva nuova ma non più divisa, diversa e magari più adeguata a dare conto della realtà. Forse è già così per molti, soprattutto fra i più giovani, e siamo soltanto noi a non essercene ancora accorti.

Fabio Levi
(Direttore del Centro Internazionale di Studi Primo Levi)


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