C’è chi vede nel computer uno strumento
indispensabile di
comunicazione, ormai. oppure un fedele compagno di avventure, di
giochi, per la
visione di film o documentari, da riduttore di distanze planetarie a
organizzatore di matrimoni. Nello specifico della chimica, il PC è
quasi
irrinunciabile per la ricerca bibliografica, la raccolta e
l’elaborazione dei
dati, così come per la scrittura di relazioni, progetti, articoli
scientifici,
libri e trattati. Ma c’è anche qualcuno che col computer simula il
comportamento
delle molecole: è il chimico
computazionale, che usa come strumento di lavoro
processori e programmi di calcolo per risolvere problemi di natura
chimica di
ogni sorta.
Che cosa fa un chimico computazionale?
Grazie agli algoritmi che i
chimici teorici hanno scoperto cercando di risolvere l’equazione di Schrödinger,
simula con un computer il comportamento delle molecole, le loro
interazioni e
la reattività chimica responsabile della loro trasformazione. La
crescita della
chimica computazionale è stata esplosiva, e oggi questa disciplina
affronta
problemi sempre più sofisticati per complessità scientifica e quantità
delle
risorse di calcolo richieste.
Dalla sua
nascita nel 1947 con l’invenzione del
transistor, lo sviluppo dei moderni calcolatori ha seguito la legge di Moore:
il numero di transistor in un chip di silicio contenuto nella CPU
raddoppia
ogni due anni e di conseguenza la sua potenza elaborativa. Oggi il
super
computer giapponese chiamato “K”, con 10
milioni di miliardi di operazioni in
virgola mobile al secondo (10 petaflops), è il più veloce al mondo.
Quali fondamentali
misteri della chimica possono essere svelati tramite l’uso di simili
calcolatori? Il numero di temi investigati è estremamente vasto e qui
si
cercherà di fornire un esempio delle potenzialità che si prospettano al
chimico
computazionale in un intrigante settore di ricerca: la chimica prebiotica.
Quando
è il PC a suggerirci da dove veniamo
Siamo nell’ambito della sintesi dei
costituenti fondamentali per la vita, le molecole prebiotiche (aminoacidi,
zuccheri, acidi nucleici, ecc.). La questione
è come i ‘mattoncini della vita’
si siano formati in una Terra primordiale ostile, da molecole semplici.
Il
dibattito è in corso e le ipotesi proposte spaziano dall’azione di
fulmini e
radiazioni UV sul cosiddetto brodo primordiale (Oparin e Haldane) grazie anche
al ruolo delle superfici di minerali come catalizzatori nelle reazioni
(Bernal), allo spazio
interstellare e alle comete come ambiente di reazione,
fino alle profondità senza luce dell’oceano con lo sviluppo di
organismi primordiali
vicino a particolari formazioni geologiche (fumaioli neri o black smokers).
Se
ci spingiamo ancora più in la, però, la domanda è: come hanno reagito
le molecole
prebiotiche tra loro per formare biopolimeri più complessi come le proteine? La
simulazione di possibili cammini di reazione, di interazioni tra
diversi
costituenti e del ruolo dei catalizzatori permette di far luce su
diversi quesiti,
altrimenti (quasi) inspiegabili e comunque difficilmente riproducibili
nelle
condizioni di un laboratorio chimico.
Le superfici si mettono in
gioco
Ghiaccio
interstellare, silicati inorganici e minerali come argille e feldspati:
il
ruolo delle superfici nello studio sull’origine della vita è indubbio.
La simulazione quanto-meccanica al computer di modelli rappresentativi
delle varie
superfici e delle loro interazioni con l’aminoacido più semplice, la
glicina,
ha permesso di ottenere importanti indizi sui complessi meccanismi
avvenuti ab
origine. Se si considera che la glicina si formi da ammoniaca,
formaldeide e
acido cianidrico per blando riscaldamento secondo il meccanismo di Strecker, ci
si può chiedere se questa reazione avvenga alle temperature molto basse
del
mezzo interstellare e circumstellare (ICM) e quale sia l’eventuale
effetto
catalitico del ghiaccio interstellare.
Una
sotto-porzione di una struttura di
ghiaccio di H2O nella fase Ih rappresenta un buon modello
con cui calcolare l’interazione
delle molecole di NH3, H2CO3 e HCN. La
simulazione quanto meccanica mostra che
la superficie del ghiaccio stabilizza i complessi attivati per
interazioni a idrogeno
con le molecole d’acqua di superficie: un effetto catalitico rilevante.
Il
risultato del calcolo aggiunge però un’altra informazione: la barriera
energetica dello stadio finale nel meccanismo di Strecker, che converte
l’aminoacetamide in glicina, è ancora troppo alta perché si verifichi
alle
temperature dell’ICM. Nuove simulazioni, in cui metanimina e monossido
di
carbonio dell’ICM reagiscono con ghiaccio ionizzato dalle forti
radiazioni
presenti, aprono una strada con basse barriere di attivazione verso la
formazione di glicina.
Ci fidiamo? Un buon motivo lo si ha dal ritrovamento di
glicina in grani di
polvere della cometa 81P/Wild
prelevati dalla missione
della NASA Stardust Wild:
l’osservazione è in accordo con la via simulata nel computer.
Infine, una volta che la glicina sia finalmente giunta sulla Terra
grazie alla
pioggia meteoritica, cosa ipotizzare per la sua polimerizzazione in
peptidi
sempre più complessi, i primi veri costituenti di qualsiasi organismo?
Questo è
un processo che non è favorito in acqua e Bernal ipotizzò che fossero
le
superfici di argille e feldspati presenti già sulla Terra primigenia a
favorirne la condensazione. La simulazione utilizza la superficie del sanidino (KAlSi3O8,
feldspato) per studiare la condensazione di due molecole di glicina e
mostra
che la reazione avviene: il duplice ruolo del minerale, catalitico e
protettivo
dall’idrolisi nei confronti del peptide, è svelato nei suoi dettagli
atomistici, dando credito all’ipotesi di una ‘polimerizzazione sulle
rocce’ suggerita
da Bernal, Orgel e altri.
Scienza in un chip
Con questo breve esempio si è
voluto raccontare come oggi la ricerca in ambito chimico proceda in
sinergia
tra scienziati ‘sperimentali’ e ‘computazionali’. E magari ora, quando
ognuno
di noi accenderà il proprio computer, sentirà l’eco di storie
meravigliose, che
solo la scienza è in grado di scrivere
Marta Corno
Il chimico al computer - La nascita della chimica computazionale
La chimica computazionale è una scienza piuttosto giovane perché, per la sua
nascita, è stato necessario aspettare che si verificassero due importanti
condizioni. Da un lato servivano fondamenti fisico-matematici per descrivere rigorosamente
il mondo atomico e molecolare che si ebbero solo con la meccanica quantistica –
in particolare con l'equazione di Schrodinger del 1926. Dall'altro lato erano
necessarie elaborazioni matematiche complicatissime per risolvere questa
equazione che furono possibili solo grazie alla scoperta del transistor (1947)
integrato nei chip degli elaboratori elettronici.

Grazie alla ‘legge di Moore’
sappiamo che il numero di transistor in un chip raddoppia ogni due anni,
assicurando una potenza elaborativa sempre crescente che ha permesso lo
sviluppo della chimica computazionale moderna. Il maggior riconoscimento tra le
scienze moderne è arrivato per la chimica computazionale nel 1998 con la
consegna del Premio Nobel per la Chimica a un matematico e a un fisico. Il primo, John
Pople, è stato insignito del premio proprio per lo sviluppo dei metodi
computazionali nella chimica quantistica. Walter Kohn, invece, ha ricevuto l'onorificenza
per lo sviluppo della teoria del funzionale della densita (DFT) – un metodo approssimato
per risolvere l'equazione di Schrodinger per atomi, molecole e cristalli,
attualmente molto in uso.
Quali sono allora i problemi che si affrontano in un
laboratorio computazionale, fuori dal piu classico laboratorio chimico
sperimentale, disturbati solo dal ronzio del processore? Moltissimi e molto
diversi tra loro. Si può calcolare l'energia di rottura dei legami molecolari,
cosi come progettare nuovi farmaci antitumorali, oppure calcolare l'energia di
interazione di nano-particelle su substrati a scopo catalitico e al contempo valutare
gli aspetti termodinamici e cinetici di nuovi materiali per le energie al ternative.
L'elenco sarebbe infinito, ma con questi pochi esempi è evidente la grande
applicabilita dei metodi computazionali.
Marta Corno e Piero Ugliengo
Bibliografia
Un ampliamento e un approfondimento
sulle simulazioni quanto-meccaniche citate nell’articolo, scritto in
tono
divulgativo, si trovano in Corno M., Ugliengo P. (2011) “Le nostre origini
evolutive: le risposte in un computer.” NUOVA SECONDARIA, vol.
2; p.
15-19;
Hinchliffe, A. (2003)
Molecular Modelling for Beginners John Wiley & Sons Ltd;
Hazen, R. (2005) Genesis: The Scientific Quest for Life's
Origins Joseph Henry Press;
Rimola A., Sodupe M.,
Ugliengo
P. (2007) “Aluminosilicate surfaces
as promoters for peptide bond formation: An
assessment of Bernal's hypothesis by ab Initio methods” J. Am.
Chem. Soc. 129:
8333-8344;
Rimola A., Ugliengo P.
(2009)
“The role of defective silica
surfaces in exogenous delivery of prebiotic
compounds: clues from first principles calculations.” Phys.
Chem. Chem. Phys. 11:
2497-2506;
Rimola A., Sodupe M.,
Ugliengo
P. (2010) “Deep-space glycine
formation via Strecker-type reactions activated
by ice water dust mantles. A computational approach.” Phys.
Chem. Chem. Phys. 12:
5285-5294.