L'alambicco
n°7 - Novembre 2011
![]() Distillato di notizie su chimica e società |
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Se ho una scarpa un po' rotta. Invito ad un consumo consapevole
Se ho una scarpa un po’ rotta, che faccio? La getto via,
assieme all’altra ancora buona, e vado in un grande centro commerciale a
scegliere, fra le centinaia di tipi di scarpe esposte, quelle che più mi
piacciono. Grazie al cielo posso esercitare la mia libertà di consumatore. L’alternativa
suggerita da una poesia di Erri de Luca – Considero valore risparmiare acqua,
riparare un paio di scarpe… – non la prendo neppure in considerazione. Anche
perché è difficile trovare un calzolaio, e per di più la riparazione potrebbe
costarmi più delle scarpe nuove. In fondo poi cosa c’è di male? È il nostro
modello di sviluppo: il consumismo. È la nostra civiltà: la civiltà
dell’usa-e-getta. Il filosofo Umberto Galimberti ha scritto che il consumismo è
«il primo dei vizi capitali della nostra epoca». È un modello di sviluppo «che
offre un finto benessere basato sulla distruzione delle risorse e lo
sfruttamento delle persone». E se invece di farmi abbagliare dal luccichio del
consumismo provassi allora a guardare dietro le quinte, per capire come stanno
le cose nella loro realtà globale? Scoprirei che quelle scarpe nuove appena
comprate sono fabbricate usando materiali (plastica, collanti, vernici) che
sono ottenuti dai combustibili fossili, consumando energia (elettrica, termica,
meccanica, luminosa), anch’essa prodotta dai combustibili fossili. Scoprirei
che per fare quelle scarpe si sono prodotte molte sostanze di rifiuto, a cui si
aggiungono ora le scarpe vecchie che ho buttato. Scoprirei che le belle scarpe
nuove forse sono state fabbricate da operai mal pagati e poco tutelati, a volte
addirittura minorenni, in Paesi dove l’inquinamento raggiunge spesso livelli
insostenibili. Nel comprare le scarpe nuove ho creduto di esercitare una libera
scelta. Però, guarda caso, sono proprio quelle scarpe che secondo uno spot
suadente visto alla tv «renderanno felici i tuoi passi». E naturalmente con il
nuovo paio di scarpe mi sono portato a casa anche una scatola di cartone e
qualche foglio di carta, ottenuti dal legno degli alberi, e un sacchetto di
plastica, prodotto ancora una volta con i combustibili fossili. Dovrò
sbarazzarmene, e forse non sarò abbastanza scrupoloso da farlo differenziando quei
rifiuti. Il discorso fatto per il paio di scarpe si applica anche – con
problemi ancora più seri di consumo di risorse e produzione di rifiuti – ogni
volta che compriamo un computer, un telefonino, un televisore o perfino un
prosciutto. Dietro le quinte dei 500 ipermercati italiani, per esempio, si
gettano nei rifiuti ogni anno 55 000 tonnellate di cibo che, seppur prossimo
alla scadenza, potrebbe essere tranquillamente mangiato. Il nostro modello di
sviluppo è fondato sulla circolarità forzata produzione-consumo: si producono
merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la
continuità della produzione delle merci. Queste devono essere rapidamente
consumate per essere sostituite; e poiché non possono essere troppo fragili, altrimenti
nessuno le comprerebbe, è sufficiente che sia fragile una loro parte. Così il
«pezzo di ricambio» non esiste, o è venduto a un prezzo talmente alto da non
rendere conveniente la riparazione. Se non si sente il bisogno di sostituire un
prodotto, questo «bisogno» viene indotto dalla pubblicità che, sostanzialmente,
è un appello alla distruzione delle cose che abbiamo per far posto a quelle di
nuova produzione. Dove non arriva la pubblicità soccorre la moda, un’altra strategia
per vincere la resistenza degli oggetti alla distruzione. La moda rende infatti
socialmente inaccettabile ciò che è ancora materialmente utilizzabile. Alla
fine dei processi che generano merci e servizi l’ambiente naturale risulta
impoverito del suo contenuto originale e addizionato (brutta parola, ma non possiamo
certo dire «arricchito») di una certa quantità di sostanze estranee solide,
liquide o gassose. Queste sostanze modificano il suolo, le acque e l’atmosfera,
rendendoli sempre meno idonei a servire per le funzioni vitali; e anche a
sostenere la stessa economia che, in ultima analisi, vive delle risorse naturali.
Purtroppo ogni richiamo a minori consumi, a partire da quelli energetici,
contrasta con l’idea oggi dominante – sostenuta da molti economisti e fatta
propria dalla maggior parte dei politici – secondo cui è necessario che il
prodotto interno lordo (PIL) delle nazioni aumenti almeno del 2–3% l’anno. Dimenticano
però che un aumento del PIL implica un aumento nel consumo delle risorse e
nella produzione di rifiuti e che, per il secondo principio della termodinamica,
come è impossibile creare il moto perpetuo è anche impossibile avere uno
sviluppo infinito sulla base di risorse inesorabilmente finite. Questa è una
realtà con cui economia e politica dovranno rassegnarsi a fare i conti. È la
grande disponibilità energetica a permetterci di condurre una vita immensamente
più comoda di quella che vivevano i nostri nonni. Allo stesso tempo però il
nostro stile di vita può aggravare il degrado del pianeta e compromettere
seriamente la qualità della vita dei nostri nipoti. La più grande sfida e
opportunità che l’umanità ha davanti, per provare a mitigare i principali
problemi che l’affliggono, è quella di mettere a punto nuove tecnologie energetiche
sostenibili. Conoscere le leggi fondamentali dell’energia, disporre di alcune
informazioni basilari sull’attuale sistema energetico, avere un’idea delle
prospettive delle nuove tecnologie può aiutarci a diventare persone più
consapevoli e responsabili. Nicola Armaroli, Vincenzo Balzani
Testo tratto dall'Introduzione della II Edizione di "Energia per l'astronave Terra" Ed. Zanichelli, Ottobre 2011
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. Considero valore quello che domani non varrà più niente, e quello che oggi vale ancora poco. Considero valore tutte le ferite. Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere "permesso?" prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che. Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato. Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia. Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore. (Molti di questi valori non ho conosciuto.) Erri de Luca, “Opera sull'acqua e altre poesie”, Einaudi. |
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