L'alambicco
n°6 - Ottobre 2011
![]() Distillato di notizie su chimica e società |
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Il cinema industriale.
Il lavoro, la tecnologia, lo sguardo del regista e i problemi chimici e di sicurezza per la conservazione delle pellicole
L'interesse per il cinema industriale nasce in Cineteca Nazionale alla fine degli anni '90, quando la Edison chiede di depositare il proprio archivio cinematografico. Si trattava di materiali che andavano dai documentari di Ermanno Olmi fino ai film Montecatini degli anni 20, come "L'estrazione degli zolfi in Romagna" o "Il dinamitificio Nobel", che documenta le due linee di produzione del dinamitificio di Avigliana, una dedicata al fulmicotone, l'altra al nitrato di cellulosa, componente essenziale all'epoca sia per gli esplosivi che per la pellicola cinematografica.
Nel 2003 si inizia a progettare l'Archivio di Ivrea, partendo da una convenzione tra Centro Sperimentale di Cinematografia, Regione Piemonte, Comune di Ivrea, e Olivetti (poi Telecom Italia) che mette a disposizione l'ex scuola materna Olivetti a Canton Vesco d'Ivrea (Torino), progettata dall'architetto Ridolfi nel 1955. L'Archivio si apre nel novembre 2006, con la mostra di fotogrammi Il cinema e il lavoro e la rassegna Tempi moderni: il cinema e l'industria. Organizzata per il centenario dell'Unione Industriale di Torino, la retrospettiva mostra l'evoluzione delle strutture produttive, le trasformazioni del paesaggio, il lavoro italiano all'estero, le opere sociali delle aziende, e si completa con una rassegna di film d’autore italiani sul mondo del lavoro: da Monicelli a Paolo Virzì. L’attività di valorizzazione dell’Archivio continua poi fino a oggi con rassegne di film in Italia e all’estero, la pubblicazione in dvd di alcuni film restaurati (I documentari di Olmi, La via del petrolio di Bertolucci), e la realizzazione, a marzo 2011, con la Direzione Generale Archivi del MIBAC, della web tv: www.cinemaimpresa.tv, dove è già possibile consultare on line circa 500 titoli.
Anche il “safety” pone problemi di
conservazione a lungo termine. Se il poliestere non manifesta per ora
segni di degrado, l’acetato di cellulosa è soggetto ad aggressioni di
muffe, funghi e a patologie come la “vinegar sindrome”,
che si manifesta con un odore di aceto progressivamente crescente e
porta alla decomposizione del supporto (mentre, ad esempio, altre
reazioni degenerative dell'emulsione fotografica possono portare alla
sparizione del colore). Una volta in atto, la sindrome non può essere
arrestata, ma si può rallentare tenendo le pellicole a una temperatura
molto bassa. Un periodico ricambio d’aria ai depositi, il controllo
della temperatura e dell’umidità, e soprattutto la stabilità delle
condizioni di conservazione rinviano l’insorgere della sindrome acetica
che tuttavia, sul lungo periodo, minaccia comunque le pellicole che
vanno dunque trasferite in poliestere o in digitale. Perché nel cinema,
a differenza delle altre arti, sul lungo periodo non si conserva né si restaura l'"originale", ma conservare significa sempre duplicare,
e ciò che si riesce a preservare non è l'"oggetto in sé" (il negativo
originale ad esempio), ma l'informazione fotografica in esso contenuta.
Ed è anche questa "sconfitta programmatica" nella conservazione
materiale che fonda la magia di un'arte in cui conta solo la luce. Sergio Toffetti
(Direttore dell'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa) |
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